Omelia del Preposito Generale P. Saverio Cannistrà OCD – San Giovanni della Croce | Teresianum 14 dicembre 2019

Omelia del Preposito Generale P. Saverio Cannistrà OCD – San Giovanni della Croce | Teresianum 14 dicembre 2019

San Giovanni della Croce

Teresianum, 14 dicembre 2019

Nella colletta all’inizio di questa celebrazione eucaristica abbiamo chiesto al Signore di concederci di seguire San Giovanni della Croce “come maestro di vita spirituale”. A questa preghiera che tutta la Chiesa oggi eleva a Dio, noi carmelitani scalzi potremmo e dovremmo aggiungere anche la richiesta di poter seguire il nostro Santo Padre Giovanni “come maestro di vita carmelitana”, in modo particolare in questa celebrazione in cui stiamo per accogliere i voti solenni di cinque confratelli che donano per sempre le loro vite al Signore nel Carmelo teresiano. L’anno scorso abbiamo ricordato il 450° anniversario dall’inizio della Riforma del Carmelo maschile. Quest’anno, che ormai volge al termine, lo abbiamo speso nel progettare, elaborare e discutere insieme una Dichiarazione carismatica, che ci aiuti a ridire la nostra identità di carmelitani scalzi attingendo all’esperienza e al linguaggio del nostro tempo. In questo cammino di ricerca e di discernimento ci viene in aiuto fra Giovanni, se gli diamo ascolto, se lo accogliamo come maestro non solo di sublimi ascensioni spirituali, ma anche e soprattutto di vita quotidiana, quella vita fatta di piccole ma decisive scelte che imprimono alle nostre esistenze una forma e un senso ben preciso, non imposto dal mondo o dalla carne, ma corrispondente alle parole che liberamente abbiamo pronunciato in un giorno come questo.

Fra Giovanni non è una figura che si impone, non entra con prepotenza nelle nostre vite. È un uomo piccolo, di statura e di classe sociale, abituato a essere ignorato, a restare invisibile e silenzioso. Eppure in lui c’è un fiume di acqua viva che scorre incessante. Giovanni si immerge in questa corrente e non ha occhi che per la sua trasparenza cristallina, non ha orecchi che per la musica silenziosa del suo corso. È come la materia nella quale la bellezza prende forma e voce, ritraendo l’immagine del Cristo amato, altra da lui, ma al tempo stesso fatta di lui. Mi viene in mente un verso famoso di Wislawa Szymborska: “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”. Giovanni è testimone di questo: di un fatto che accade se lo lasciamo accadere: le nostre vite iniziano a vivere della Vita, le nostre vite diventano Vita, il nostro nulla diventa Tutto. Sono sublimità mistiche? Astrazioni poetiche? No, cari fratelli e sorelle: è proprio a questo che tende la nostra vocazione, è questa l’unica vera gioia e bellezza che ci è offerta

Giovanni ha scritto di tutto ciò in pagine ricche di poesia e di dottrina. Ma innanzitutto lo ha vissuto. Come diceva S. Teresa in una lettera al fratello Lorenzo: “fra Juan ha esperienza” (17 gennaio 1577). Ci sono nella sua vita alcuni snodi fondamentali che vorrei ricordare velocemente, perché è importante comprendere che è proprio vero – come scrive S. Teresa – che “Dio non si dà del tutto se non a coloro che del tutto si danno a Lui” (C 28,12). A 21 anni decide di entrare al Carmelo, dopo aver studiato quattro anni nel Collegio dei gesuiti. Gli viene offerto un ottimo posto, quello di cappellano dell’ospedale a Medina, un posto sicuro, remunerato, grazie al quale potrebbe aiutare la famiglia. Ma Giovanni sceglie il Carmelo, non sappiamo bene perché. Qualcuno dice: ha scelto Maria, ha scelto di vivere un’esistenza mariana, e direi che questa è una chiave di lettura fondamentale della sua vita. A 25 anni viene ordinato. Ha appena cominciato il primo anno di teologia a Salamanca, la più prestigiosa università spagnola del tempo. Ma non andrà oltre il primo anno. L’anno dopo è a Duruelo, in una campagna sperduta, inseguendo un sogno di intimità con Dio, di vita povera e al servizio dei poveri. La Riforma del Carmelo prosegue, le fondazioni si moltiplicano. Ma Giovanni rimane in disparte. Per cinque anni vive come vicario e confessore delle monache del monastero dell’Incarnazione ad Avila. Qualcuno ha detto che è stato “parcheggiato” lì, ma in realtà quegli anni saranno anni intensi di riflessione, di esperienza, di contatti con persone che, come lui, sono alla ricerca di Dio. E infine, quando infuria la tempesta nel nuovo Carmelo, Giovanni non si schiera, continua nel suo servizio di fratello e padre e finalmente, negli ultimi mesi, sapendo di essere scomodo per molti, si ritira nella solitudine di un convento in campagna, a raccogliere ceci, come dirà in una memorabile lettera.

Quando penso al modo in cui fra Giovanni ha vissuto la sua vita religiosa e lo confronto al nostro modo di viverla, sento che davvero abbiamo bisogno che egli ci guidi e ci sia maestro. È così facile perdere di vista la meta e contentarsi di effimere soddisfazioni umane, per le quali davvero non valeva la pena farsi religiosi: diventare chierici, sentirci gratificati dal ruolo sacerdotale, ostentare titoli accademici, occupare posizioni di autorità nell’Ordine e nella Chiesa. Giovanni lo sapeva bene, queste ambizioni esistevano nel suo tempo non meno che nel nostro. Nel Cantico spirituale, le chiama le “ninfe di Giudea” e  ordina loro di “restare nei sobborghi”, senza penetrare nel cuore della persona, laddove essa decide del suo destino.

Cari fratelli, il Signore ci dia questa libertà che ci apre a un’esperienza diversa del nostro mondo. Ci guidi Giovanni a sentire in modo nuovo. Ci sono forme che non vediamo, musiche che non ascoltiamo, odori che non percepiamo, sapori che non gustiamo, abbracci che non sentiamo. Per questo cerchiamo di possedere ciò che ci pare solido, concreto, reale. Ma per questo non valeva la pena consacrare la vita a Dio in questa famiglia di carmelitani scalzi. Che il nostro piccolo, grandissimo fra Giovanni ci aiuti a comprendere la speranza della nostra vocazione!

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San Giovanni della Croce 2019